Le persone che hanno represso un trauma spesso usano frasi di questo tipo, secondo una psicologa
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Le persone che hanno represso un trauma spesso usano frasi di questo tipo, secondo una psicologa

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- 26 Gennaio 2026

La luce del mattino filtra tra le tende, posandosi sui libri sparsi sul tavolo della cucina. Tra i rumori in sordina della casa, una voce familiare scivola nella stanza con un tono che sa di routine: “Non è niente, c’è chi sta peggio”. Frasi pronunciate senza pensarci davvero, eppure dense di significato non detto. In queste parole si annida un modo comune di proteggersi dal dolore, un riflesso che sembra innocuo ma che resta, giorno dopo giorno, sul fondo delle abitudini.

Quando il disagio indossa il volto della normalità

Osservare chi ha attraversato una ferita è spesso come guardare attraverso un vetro leggermente appannato. Le reazioni al trauma non sono sempre fragorose: ansia indefinita, apatia, un’agitazione silenziosa che si confonde con la stanchezza della quotidianità. Si tratta di segnali che, col passare del tempo, vengono mascherati dietro piccoli automatismi. Un sorriso di circostanza, una battuta sdrammatizzante, la fretta di cambiare argomento.

La frase ricorrente – “non è grave” – diventa uno scudo discreto. Si pronuncia spesso senza accorgersene, magari davanti a un ricordo che pizzica o a una domanda troppo diretta. Minimizzare è una forma di autodifesa che si tramanda, quasi come un gesto appreso. Sotto, però, le emozioni si accumulano, aggrovigliate e invisibili.

L’illusione del sollievo e la realtà che resta

C’è chi preferisce non guardarsi indietro, convinto che ignorare la ferita equivalga a lasciarla indietro per davvero. Così si rincorrono giorni interi in cui le emozioni vengono archiviate come pratiche fastidiose. Ma il sollievo che arriva è fragile, sempre provvisorio: basta una sera più silenziosa, una discussione imprevista, perché tutto riaffiori sotto forma di irritabilità o di una stanchezza senza nome.

Il trauma non elaborato può insinuarsi anche nelle relazioni: un’irritazione continua, difficoltà a fidarsi, confusione davanti alle scelte importanti. Chi minimizza spesso rischia di sentirsi incompleto, come se avesse lasciato una parte di sé chiusa in una stanza a cui non si vuole dare un nome.

Il coraggio silenzioso di riconoscere il proprio dolore

Accettare di aver sofferto non è mai un gesto plateale. Spesso arriva nei momenti più semplici: uno sguardo che dura qualche secondo in più allo specchio, oppure nel silenzio dopo una discussione. Il riconoscimento del trauma rappresenta un piccolo atto di coraggio, quasi impercettibile ma decisivo.

A volte serve tempo per lasciar andare la tentazione di ridurre tutto a un dettaglio marginale, per accettare che “non è niente” non racconta la verità. Solo così diventa possibile aprire uno spazio nuovo, in cui emozioni, storia e bisogni trovano finalmente posto. Da qui può nascere una forma diversa di serenità, fatta non dell’assenza del dolore, ma della possibilità di guardarlo senza paura.

Riconoscere, non giudicare

Nel fitto scorrere delle giornate, le parole usate per schermarsi parlano più dei gesti che si compiono. Accorgersi che dietro un “potrebbe andare peggio” si cela una richiesta silenziosa è il primo passo verso il rispetto di sé. Non serve spiegare tutto, né cercare soluzioni immediate. A volte, il semplice riconoscimento di ciò che si è vissuto traccia un solco dove può germogliare qualcosa di nuovo.

Con il tempo, molte ferite trovano strade impreviste per farsi sentire e, se ascoltate, diventano meno ingombranti. Il percorso può essere lungo, ma è sempre più onesto di un sollievo prefabbricato. La salute psicologica, anche nei dettagli, passa dal concedersi la libertà di non dover essere sempre più forti degli altri.

Uno sguardo lungo sul futuro dopo il trauma

Le tracce di ciò che è stato non si cancellano con la volontà. Tuttavia, il cammino verso una vita più sana non è fatto di grandi dichiarazioni, ma di piccoli scostamenti di prospettiva. Riconoscere l’impatto delle esperienze passate permette non solo di dare un nome ai propri sentimenti, ma anche di costruire relazioni e abitudini meno segnate dalla negazione. Così, la fragilità cessa di essere un peccato nascosto e diventa semplicemente una presenza umana, comprensibile, compatibile col desiderio di stare bene.

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Appassionata di giornalismo, ho 41 anni e amo raccontare storie che ispirano e informano. Nel tempo libero, scrivo articoli su diverse tematiche, sempre con curiosità e voglia di scoprire nuovi punti di vista.

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